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OMELIA DEL GIORNO DI PASQUA
<Era già verso mezzogiorno e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio, perché il sole si era eclissato. Il velo del tempio si squarciò a metà. Gesù gridando a gran voce, disse: "Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito". Detto questo spirò. (…) Ed ecco vi era un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, buono e giusto. Egli non aveva aderito alla decisione e all'operato degli altri. Era di Arimatea, una città della Giudea, e aspettava il regno di Dio. Egli si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Lo depose dalla croce, lo avvolse con un lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia, nel quale nessuno era stato ancora sepolto. Era il giorno della Parasceve e già splendevano le luci del sabato>. Queste sono le parole che l'evangelista Luca ci mette nel cuore il primo giorno della Settimana Santa. E queste sono le parole che ci fanno penetrare il mistero della Pasqua. Il Venerdì Santo la morte di Gesù sulla croce era stata accompagnata dalle lacrime e dall'oscurità. E l'oscurità di una tomba aveva avvolto il corpo martoriato de Signore. La sera del venerdì nelle case di Gerusalemme erano state accese le lampade che annunciavano l'inizio del sabato. Il sabato del silenzio di Dio. Un silenzio che solo la madre di Gesù sapeva interrogare e in lei diventava attesa, attesa di un nuovo parto. Era poi passato anche il sabato, e mai per Gerusalemme quel sabato fu così pieno d'angoscia per quanto era avvenuto nel Calvario. Ognuno cercava di tacitare la propria coscienza dal dramma che aveva causato. Una coscienza sporca di tradimento, di ingratitudine, di rifiuto. E poi era passato anche quel sabato. E di buon mattino, scrive l'evangelista, quando la luce dell'alba si lascia alle spalle la notte, Maria di Magdala si reca al sepolcro e sbigottita vede la pesante pietra che sigillava la tomba ribaltata. E con il cuore in gola corre da Pietro e Giovanni ed emette un grido: <Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno messo>. A loro volta Pietro e Giovanni corrono al sepolcro e spalancando lo trovano vuoto. Dinanzi a quel vuoto, e solo dinanzi a quel vuoto, si ricordano della profezia di Gesù:<distruggete il mio corpo ma io risorgerò>. E noi oggi avvertiamo come un eco lancinante il grido di Maria di Magdala: <Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno messo>. Maria di Magdala è la donna dell'amore perduto. Aveva riposto in Gesù tutto il suo amore e ora crede che anche il corpo le veniva tolto. E questo non riesce a sopportarlo. Maria di Magdala è l'altro volto di quei presunti credenti che si lasciano togliere Cristo dal cuore e non avvertono la mancanza del Signore. Si lasciano saccheggiare il cuore e diventano talmente vuoti da non essere più capaci neanche di capire che il loro cuore è svuotato di verità, di bellezza, di gioia. Certo. Si può riempire il cuore di tanti surrogati. Ma i surrogati non sono il grande amore che fa sognare, che allarga, dilata gli orizzonti della vita. Non sono il grande amore che ti fa attraversare anche i momenti e le stagioni del dolore, che ti fa alzare la mattina e ti dice: "oggi è un altro giorno grande perché Cristo ti riempie con il suo amore e tu sei dentro questo amore". Ci sei veramente dentro. Se il cristianesimo non parte dal nostro cuore innamorato diventa solo un convivere con gesti spenti, mentalità grigia, comportamenti di fuga. Fuga dall'Eucarestia, fuga dai Sacramenti, fuga dalla passione per la Chiesa, perché la Chiesa è il corpo del Cristo Risorto che continua nella storia. E' fuga da quella responsabilità che ci fa essere non solo abitanti di una città, ma costruttori della città con la passione stessa di Cristo. C'è una pagina del Vangelo che è un vertice di tenerezza e di sconforto allo stesso tempo. Gesù guarda dall'alto la città Santa ed emette un lamento di amore. Dice:<Gerusalemme, Gerusalemme, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali e tu non hai voluto>. Questa pagina di Vangelo mi è stata riproposta da uno dei libri più straordinari, dal titolo "La masseria delle allodole", un libro che getta luce sulla storia del popolo armeno, vittima del primo genocidio del ventesimo secolo, un milione e mezzo di vittime. Il libro racconta la storia di una famiglia armena che nel maggio del 1915 viene distrutta: gli uomini, i bambini e i maschi sono trucidati dai turchi, e per la donna inizia un'odissea segnata da marce forzate, umiliazioni e crudeltà. E' la diaspora che porterà gli uomini a disperdersi nel mondo, conservando nel cuore la struggente nostalgia per una patria e una felicità perdute. E chi racconta tutto questo è una donna che fa affiorare, tra i suoi ricordi, i giorni in cui, lei era una bambina, nel piccolo villaggio fra i monti, una piccola chiesa, un frate parlava dal pulpito. Ed ecco la pagina del libro: <Cristo si paragona alla chioccia (dice il sacerdote). La chioccia si ammala quando i pulcini sono ammalati, li chiama a mangiare fintanto che diventa rauca, li protegge sotto le ali, e resiste al nibbio con le piume irte per difenderli. Ascoltando il Dio chioccia di cui parlava la voce, l'odore dei prati e la cavità della chiesa si fusero in una sensazione di sicurezza totale, di felicità così intensa che cominciai a piangere>. Da quasi tre anni accompagno la crescita spirituale, religiosa e culturale delle nostre città e dei nostri paesi. E oggi mi pongo una domanda. Nelle nostre città, nei nostri paesi, Cristo è la chioccia che ci raccoglie tutti sotto le sue ali? Oppure Cristo esprimerebbe sul nostro territorio lo stesso lamento su Gerusalemme? Certo, solo lui può penetrare il nostro cuore, il cuore dell'uomo, e nessuno può sostituirsi a lui. A noi rimane soltanto di leggere ciò che appare in superficie, nella difficoltà di capire ciò che si muove nel profondo. E' leggere nelle nostre città e nei nostri paesi cristiani appassionati e cristiani solo per abitudine, cristiani coerenti e cristiani dal libero pensiero. Cristiani dalla fede solida e cristiani del chiaro-scuro, della fede a intermittenza. Cristiani impiantati nella Chiesa e cristiani ai margini e, insieme la fascia degli indifferenti. E poi l'altra domanda: cosa otteniamo allontanandoci dalle ali protettive del Signore? Solo un malessere dell'anima che poi cammina sulla pelle soprattutto dei ragazzi, dei giovani. Da qui la vera sfida ci attende: la sfida educativa. E' diventato normale pensare che tutto è uguale, che nulla in fondo ha valore se non i soldi e la posizione sociale. In troppi vivono come se la verità non esistesse, come se il desiderio di felicità di cui è fatto il cuore dell'uomo fosse destinato a rimanere senza risposta. E' così che i nostri ragazzi soffrono degli stessi nostri mali. E non potrebbe essere diversamente. I nostri peccati si riversano sulle loro vite e le loro coscienze. La loro noia è figlia della nostra noia, la loro incertezza è figlia di una cultura che lentamente sta demolendo i luoghi stessi dell'educazione. Non ci attendono tempi facili se non decidiamo insieme di risalire. E la risalita dobbiamo farla tutti e chiunque abbia a cuore il bene vero del nostro popolo. Un popolo che va ricondotto sotto le ali di Cristo per ritrovare la sua origine e il suo domani. Per questo la Chiesa vive e opera. Per questo, insieme, come Chiesa dobbiamo vivere ed operare. Come Chiesa che crede nella Resurrezione che vuole immettere nei paesi e nelle città non un potere umano, ma la potenza della Resurrezione, perché la Resurrezione manifesta la vittoria della vita sulla morte, del bene sul male, della tenerezza sulla prepotenza, di Dio sui negatori di Dio. E così la Resurrezione, vissuta da me e da voi come comunione con Cristo Risorto, diventa un comunicare da uomini e donne nuovi, rinnovati. E ognuno, come un grande mistico russo, potrà e dovrà dire: <E passando, accendo l'una e l'altra lampada nei cuori che incontro sul ciglio della strada>. Il mio augurio Pasquale a tutti voi. Con l'affetto di sempre, perché Cristo Risorto è la garanzia che ogni affetto insieme a Lui diventa luce di misericordia e di verità.
OMELIA IN OCCASIONE DELL'INIZIO DELL'ANNO PASTORALE
Ho ricevuto un messaggio. <Mio figlio Leonardo ha ormai quattro anni e mi chiede: "Papà tu dove lavori?". Non ho risposto, sto male. Fra dieci giorni nasce la mia bimba Veronica, cresce la famiglia e io sono senza lavoro. I problemi aumentano. Eccellenza, non mi abbandoni, nella speranza che questa angoscia abbia fine.>. Vi chiederete cosa c'entra tutto questo con la celebrazione di inizio dell' anno pastorale? Che cosa c'entrano le fabbriche della Marsica che chiudono? Che cosa c'entrano i lavoratori in mobilità? Che cosa c'entrano i tagli degli ospedali di Pescina e di Tagliacozzo? Che cosa c'entra la fascia sempre più ampia dei precari? Che cosa c'entra lo stallo della nostra agricoltura e di ogni settore del commercio? Cosa c'entrano i tanti che fanno le valigie e partono in cerca di una sicurezza depauperando il nostro territorio di intelligenze giovanili altrimenti destinate a investire nel presente del domani una continuità generazionale di speranza? La risposta non è velleitaria e non è evasiva. E' duplice. Da un lato questo è il contesto umano e sociale dell'oggi dove siamo chiamati a dire e ridire Dio, dove siamo chiamati ad un impegno educativo che incroci le parole del Concilio, le angosce, le gioie e le speranze degli uomini e delle donne che ci sono affidati. Non tener conto di questo contesto equivale a riproporre un Vangelo distante, che non assume la storia ma la travalica avvolgendola in una cornice consolatoria che di fatto rende estranea la fede stessa alle dimensioni obbliganti dell'incarnazione. La chiesa che vogliamo costruire insieme è la Chiesa amica dell'uomo del nostro tempo che vive il più abissale degli smarrimenti: mo smarrimento del senso della propria vita. Già Kierkegaard lo aveva preannunciato con queste parole: <La vita non ha sale, non ha sale e né senso. Ficco il dito nella terra per annusare in che paese sono; ficco il dito nella vita. Non sa di niente. Dove sto? Cosa vuol dire il mondo? Chi sono io? Come sono entrato nel mondo?>. E Benedetto XVI, indicando alla Chiesa italiana e quindi a tutti noi, il cammino del prossimo decennio come risposta all'emergenza educativa ci affida la volontà di promuovere una rinnovata stagione di evangelizzazione e rileva che <educare non è mai stato facile, ma non dobbiamo arrenderci, verremo meno al mandato che il Signore stesso ci ha affidato>. <Piuttosto - dice il Papa - risvegliamo nelle nostre comunità quella passione educativa che è una passione dell' "io" per il "tu" e per il "noi", quindi per Dio, e che non si risolve in una didattica, in un insieme di tecniche e nemmeno nella trasmissione di principi aridi. Educazione è formare le nuove generazioni perché sappiano entrare in rapporto con il mondo forti di una memoria significativa che non è soltanto occasionale, ma accresciuta dal linguaggio di Dio che troviamo nella natura e nella rivelazione di un patrimonio interiore condiviso di vera sapienza che, mentre riconosce il fine trascendente della vita, orienta il pensiero, gli affetti, i giudizi>. E allora, carissimi, per me, per voi, per tutti, bando agli scetticismi, alle pigrizie e ai piccoli cortili e collochiamoci con la fecondità delle nostre energie dentro gli orizzonti che Dio vuole costruire nella nostra Chiesa locale. La nostra Chiesa Marsicana è una Chiesa bella. Bella per tradizione di fede, bella perché segnata dalla presenza dei santi, bella perché resa viva da voi operatori pastorali, voi che date cuore, braccia e piedi all'annuncio del Vangelo, affinché il Vangelo continui a correre lungo le strade della nostra terra. Il mandato che ricevete non è un affido formale ma è consegna di speranza di un'intera diocesi che attraverso il vescovo vi ripete il grido di Giovanni Paolo II: <Prendete il largo>. Entrate nel grande mare dell'educazione rivisitando stili, metodi, dinamiche. La catechesi sia esperienza viva di Cristo Risorto, conduca all'incontro con Cristo affinché sia lui il Maestro dell'esistenza. I bambini, i ragazzi trovino nella parrocchia non uno spazio saltuario, prevalentemente pre-sacramentario ma la casa permanente dove le loro domande trovino accoglienza paziente e gioiosa e non una ritualità avulsa dall'esistenza. I percorsi della carità nei gesti del volontariato consapevole siano possibilità vera ai bisogni dell'anima e del corpo, e non siano gesti di pochi ma profezia affinché tutta la comunità parrocchiale si senta responsabile. Con gli immigrati si cerchino forme concrete di ascolto, di attenzione, di valorizzazione delle loro culture. E non si può tacere sulle condizioni spesso subumane in cui vengono a trovarsi nelle campagne tanti nostri fratelli che vengono qui soltanto in cerca di un pezzo di pane. E non lasciate che parli solo il vescovo. Parlino le parrocchie vicine al nostro Fucino. Un ringraziamento alla Caritas e al Centro rom per quanto si compie per l'integrazione della comunità nomade. Il vasto campo delle missioni attraverso le Pontificie Opere, siano assunte nell'educazione all'universalità della Chiesa. La testimonianza dei missionari sia stimolo per un cristianesimo di coraggio e di passione. Le nostre due comunità missionarie, in Albania e in Brasile, siano avvertite come proiezione del cuore della nostra diocesi. Approfitto per invitarvi tutti alla veglia diocesana missionaria (che celebreremo venerdì 22 ottobre alle ore 21 nella chiesa di San Pio X) e alla generosità nella giornata dedicata alla raccolta fondi per le missioni. I gruppi, i movimenti e le associazioni, ognuno con la propria ricchezza, non percorrano strade autoreferenziali di nicchia perimetrata ma sentano la consapevolezza di formare coscienze che sentano l'evangelizzazione come loro identità portante: l'evangelizzazione dentro il grembo comune della Chiesa locale. Le confraternite, nella fierezza della loro storia, avvertano con sempre maggiore incisività di essere collaboratori pastorali delle loro comunità, collaboratori nella dimensione della Carità e della liturgia. Con grande gioia annuncio che domenica 23 ottobre 2011 la nostra diocesi di Avezzano ospiterà il raduno regionale di tutte le Confraternite. Alle religiose e ai religiosi chiediamo di essere segni visibili della radicalità evangelica e, nel tempo dell'orizzontalismo ossessivo, di testimoniare il mondo che verrà, il ritorno del Signore quando non conteranno più i vincoli di carne e di sangue ma solo la contemplazione del Volto benedetto, il Volto che sarà tutto in tutti. Ai cari diaconi: la partecipazione attiva alla mensa, alla mensa della parola dell'Eucarestia incida sempre nella loro carne la condivisione alla missione integrale della Chiesa e la testimonianza che il servizio e solo il servizio rende grande e vera la dignità del battezzato. Carissmi, non posso non rivolgere un grande abbraccio di profonda intimità ai sacerdoti, a tutti. Sono i sacerdoti i primi testimoni di Cristo. Sono i sacerdoti i primi collaboratori del ministero del vescovo. Sono loro i primi promotori di comunità aperte ai sogni del Signore. A loro, dinanzi al popolo santo di Dio, rinnovo il mio affetto. Su di loro riverso la mia fiducia. Su tutti e su ciascuno. A loro la gratitudine di tutta la diocesi, la gratitudine di tutta la Chiesa locale. E queste sono parole vere. Permettetemi un particolare ringraziamento al vicario, monsignor Domenico Ramelli per la sua collaborazione sapiente e affettuosa. Permettetemi inoltre un'altra confidenza aperta. Spesso nella nostra Italia c'è un mormorio leggero. Il mormorio dice che i vescovi devono interessarsi di più dei sacerdoti e star loro vicino. Io sono vescovo di questa diocesi, ho le mie fragilità e posso dire che "fare il vescovo è facile, essere vescovo è difficile", lo imparo ogni giorno. Ma posso dire che durante i tre anni di ministero episcopale in questa cara Chiesa Marsicana non c'è comunità che abbia incontrato più volte, non c'è un invito che io abbia disatteso, anche delle più piccole realtà, non c'è decisione di cambiamento che non sia stata condivisa e se non è stata condivisa non c'è stato il cambiamento. Non c'è stata mai una imposizione. Fedele a quanto ho detto il giorno del mio ingresso: voglio governare con l'amore e con la misericordia, mai con l'arroganza. Non c'è stata mai diversità che io non abbia accettato e valorizzato. E in quanto è accaduto non c'è stato mai un sacerdote che il vescovo non abbia difeso. Questo è amore vero ai sacerdoti, è sentirsi famiglia con loro e la famiglia vive nel cuore e non in discorsi goliardici sul più e sul meno, quando il più rischia di diventare sempre il meno. Cari sacerdoti, vorrei fornirvi tre indicazioni, indicandovi quanto il cardinal Bagnasco ha detto durante l'ultimo Consiglio permanente della Cei. <Le parrocchie sono cantieri che non chiudono mai. La parrocchia è il luogo di generazione e di esperienza della fede nell'osmosi con la famiglia e in aiuto con la stessa per compiti che la inducono ad osare continuamente, ad essere pronta a ricominciare da capo sul sentiero della vita. Il nostro è un tempo in cui conviene non dare nulla per scontato.>. E' vero carissimi, oggi non dobbiamo dare nulla per scontato. Per questo, in collaborazione attiva con le famiglie, con le agenzie educative e con la scuola, avvertiamo tutti la priorità nell'educazione dei giovani. Il Sinodo dei giovani, un percorso che è appena all'inizio, e percorso obbligato per tutti, senza chiusure disfattistiche. Ascoltiamo con disponibilità le indicazioni della Pastorale Giovanile. Il Cammino di Santiago, da poco terminato, è stato l'icona di una Chiesa diocesana che non sta ai bordi ma che insieme ai giovani cammina con Gesù alla meta della santità. Il prossimo agosto celebreremo a Madrid la Giornata mondiale della gioventù. Dobbiamo favorire in ogni modo la partecipazione dei nostri ragazzi. Chiedo a tutte le comunità e a tutte le realtà associative il massimo impegno e la massima collaborazione. E non dimentichiamo quello che i giovani ci chiedono, espresso dal grido di uno di loro a Benedetto XVI durante il suo viaggio apostolico in Sicilia: <Abbiamo bisogno di maestri che siano testimoni, abbiamo bisogno di relazioni educative, abbiamo molto da ricevere e tanto riceviamo dalla Chiesa e tanto riceviamo dai sacerdoti, ma abbiamo anche molto da donare, se qualcuno ci accoglie, ci ascolta e ci fa innamorare sempre di più di Gesù Cristo>. Ed inoltre chiedo che in tutte le parrocchie entri il giornale diocesano ed il quotidiano "Avvenire". Non possiamo depauperare i nostri laici del giornale diocesano e della pagina diocesana di Avvenire la prima domenica di ogni mese. "Il Velino" è ormai il giornale più diffuso della Marsica. Dobbiamo farlo entrare in tutte le parrocchie, esprimo gratitudine per le fatiche degli operatori della Comunicazione sociale. Nel settembre del 2011 sarà celebrato ad Ancona il Congresso eucaristico nazionale dal tema "Signore da chi andremo?". Agli organi collegiali presenterò la proposta di una settimana eucaristica diocesana da celebrare prima di quella nazionale. Un grande momento di evangelizzazione ecclesiale sul mistero dell'Eucarestia, centro e fonte di ogni vita che diventi compromissione totale con Cristo e con l'uomo di oggi, con l'uomo che oggi in Italia e nella Marsica chiede una nuova generazione di cattolici che, nella vita sociale e politica, portino competenze, cultura, dedizione, protagonismo e non amore al denaro, compromessi al ribasso e degrado morale. Signore Gesù a te l'obbedienza del nostro cuore. A te i nostri slanci. Signore, resta con noi e non si farà mai sera. Non si farà mai sera nella nostra vita e nella nostra cara e grande Chiesa Marsicana. Che Dio ci benedica tutti.
SETTIMANA SOCIALE DI REGGIO CALABRIA
<Cattolici nell'Italia di oggi. Un'agenda di speranza per il futuro del Paese>. Questo il tema della 46ª Settimana sociale dei cattolici italiani. Abbiamo già deposto l'agenda nei cassetti dei vuoti a perdere? Abbiamo già chiuso il sipario sui volti, sulle parole, sulle proposte dei 1.300 delegati (vescovi, sacerdoti, laici) convenuti a Reggio Calabria dal 14 al 17 ottobre non per una escursione turistica, ma per dire che "c'è una speranza" per l'Italia, perché i cattolici hanno una visione da trasmettere e un ruolo da assumere in prima persona per uscire da una stagnazione etica e sociale che scava pozzi profondi di degrado senza apparenti orizzonti di sbocco? Abbiamo, forse, consumato "complessi di inferiorità" dinanzi al silenzio sull'evento dei grandi media, per altro sempre attenti a parlare di chiesa quando i fatti collimano con i propri schemi post-ideologici precostituiti? Un dato è certo: come ha scritto su "Avvenire" Marco Tarquini, a Reggio c'era un Paese diverso. <Un Paese che non si perde lungo le derive del malvivere, del malaffare e della malapolitica ma che neppure si ritrova nel sistematico e prevalente racconto mediatico della realtà italiana. Questo Paese è fatto di persone che danno più di quel che ricevono, e che sanno pensare al futuro comune, al bene di tutti. È un Paese di gente esigente. Gente che dai grandi valori-base sa far discendere, con chiarezza, pur tra le cento difficoltà e contraddizioni che ogni giorno si vivono, tutti gli altri suoi "sì" e "no". No alle mafie e all'economia ridotta a speculazione, no all'uso irresponsabile della natura e del potere politico, no allo sfruttamento e allo svilimento del "diverso" e dell'indifeso, no ai partiti senza democrazia interna (dove cioè mancano le regole o dove in nome delle regole si uccide la libertà di coscienza). Sì, invece e sempre, alla cultura della legalità e alla ben regolata integrazione dei nuovi cittadini, sì alla "pulizia" e al rigore della classe dirigente e a un federalismo sussidiario e solidale (antidoto alla rottura strisciante dell'unità nazionale), sì a un fisco equo che non penalizzi più i nuclei familiari con figli e non sia clemente con gli evasori fiscali, sì alla ricostruzione di un welfare sostenibile e alla restituzione agli elettori del potere di scelta sugli eletti in Parlamento, sì a una sanità efficiente e al servizio dei malati e a un mondo del lavoro che sia "flessibile" per accogliere i giovani e non solo per farli precari, sì a un'Italia che si batta con coraggio nel mondo per affermare i diritti umani e il rispetto delle minoranze perseguitate. Sono "sì" e "no" che pesano…E' un Paese che non si accontenta. E'un Paese che si esprime soprattutto nella forza costruttiva di quello che si è soliti chiamare il mondo cattolico>. Reggio Calabria, in definitiva, ha suonato la sveglia. Arriverà il documento ufficiale, ma intanto la sveglia c'è stata ed è suonata forte. Il grido di Benedetto XVI (<Senza Dio l'uomo non sa dove andare e non riesce nemmeno a comprendere chi egli sia>, Caritas in Veritate 78) ci alza dal torpore e ci fa camminare con il Vangelo nel cuore non solo per leggere la storia ma per costruire una città più umana. Il Vangelo esige oggi cattolici che, nella desertificazione delle anime e delle intelligenze, tornino ad educare e a dire che la vita non è una passione inutile. Cattolici a "tutto campo" perché, come ha rilevato il cardinale Bagnasco nella Prolusione al convegno, <aspettarsi che i cattolici si limitino al servizio della carità perché questo è un fronte che raccoglie consensi e facili intese, chiedendo invece l'afasia convinta o tattica su altri versanti ritenuti divisivi e quindi inopportuni, significherebbe tradire il Vangelo e quindi Dio e l'uomo. La Chiesa non cerca l'interesse di una parte della società…ma è attenta all'interesse generale>. La sveglia deve suonare, per usare un'espressione del professor Giuseppe Savagnone, nei "piani bassi", ovvero in quel reticolo variegato di parrocchie e realtà associative, chiamate ad essere un cantiere dove si modella e si costruisce non un cattolicesimo di sopravvivenza, ma capace di affrontare i problemi e le sfide del Paese, affidando ai laici e alla loro specifica vocazione battesimale l'impegno di assumere la storia di oggi affinché "le esigenze della giustizia diventino comprensibili e politicamente realizzabili" (Deus Caritas Est, 28). In definitiva, è ancora la lezione del Concilio Vaticano II.